Scrivono di me…

Forte di Fenestrelle 27 Agosto 2026 – Chiesa Forte San Carlo, dialogo con lo scrittore Juri Bossuto, Presidente del Progetto Forte San Carlo

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Intervento di Silvana Pollichieni alla presentazione del libro “Il custode della vita” – Giardino Accademia Senocrito- Fondazione Zappia – Locri-   8 agosto 2026 -h.21.00

Questa sera vogliamo condividere qualche riflessione sul nuovo libro della nostra Lina Furfaro, una cara amica ormai scrittrice affermata, educatrice instancabile ed appassionata sia nella professione di insegnante che nell’associazionismo cattolico, con la quale condivido da molti anni l’ideale dell’AC, che l’ha vista impegnata con i bambini dell’ACR, percorsi di formazione che si intersecano e producono frutti ancora oggi. La prima sensazione che si avverte leggendo questo nuovo libro di Lina Furfaro, “Il custode della vita, Giuseppe al Forte di Fenestrelle 1940-1943”, è come se l’autrice volesse sottrarre all’oblio qualcosa di più vicino a lei, una parte importante della sua storia, della storia della sua famiglia, ma anche  delle tante famiglie coinvolte in una guerra assurda, combattuta da figli, fratelli, padri , mariti, uomini  anonimi, sconosciuti, dimenticati dai libri di storia. E’ questa una caratteristica dei romanzi di Lina: strappare all’oblio storie di personaggi minori che invece fanno la Storia, la nostra storia, la storia delle nostre radici, che Lina ricerca con pazienza e meticolosità. In una intervista in occasione della presentazione del libro, al giornalista che le chiedeva le motivazioni di questo nuovo romanzo, Lina ha rivelato di aver sentito il desiderio di dare voce ad una storia che nessuno avrebbe mai conosciuto . Non è la prima volta che lo fa. La maestra Tita , l’insegnante Lina, le Gelsominaie come Mena…, sono persone vere che hanno scritto pagine di storia che non leggiamo nei manuali ma che hanno fatto la storia, nomi fittizi che danno vita a realtà umane , accomunate  da un identico destino.

Anche questo romanzo ne è un esempio: la ricostruzione di tre anni di vita del suo papà nel forte di Fenestrelle, un uomo che aveva camminato l’Italia per tornare a casa, per tornare vivo, ci costringe a parlare di luoghi, eventi, personaggi e luoghi che sicuramente non avremmo mai conosciuto, di cui forse conosciamo solo i nomi . Attraverso le piccole storie raccontate dal suo papà, Lina ci consegna un pezzettino di quel disastro che è stata la II guerra mondiale, una tesserina di un grande mosaico , alla quale se ne potrebbero aggiungere altre: le tante storie di chi è stato involontario protagonista degli avvenimenti presso il forte di Fenestrelle  negli anni 1940/43, molti dei quali ancora non conosciuti. Ancora una volta Lina con il suo  romanzo ci fa soffermare su ideali e valori un po’ desueti, per molti superati: il sano orgoglio dell’appartenenza  che la porta a ricostruire le proprie radici, per meglio riconoscersi come parte di un tutto: la famiglia, il paese, la società e la caparbietà della ricerca per  conoscere meglio da dove veniamo, che è poi riconoscere il valore autentico della storia: conoscere il passato per costruire con consapevolezza oggi il futuro. Gli scritti di Lina Furfaro sono il frutto della curiosità e dell’interesse per la Storia, del nostro territorio in modo particolare,  curiosità che la porta a cercare con cura  negli archivi per ricostruire pezzi di storia, per dare vita a personaggi ormai sepolti dall’oblio e sconosciuti alle nuove generazioni. E’ questa una delle  caratteristiche della nostra Lina: la ricerca archivistica unita ad una grande volontà di capire , conoscere ,la portano a guardare, osservare,  ascoltare con gli occhi, proprio così , guardando le foto di cui è corredato il libro, mi è sembrato di vederla attenta, assorta in un religioso silenzio per ascoltare cosa avevano da dirle quei luoghi, le  foto  dell’autrice sono, infatti,  scatti che si fermano su particolari che  le parlano, le  raccontano una storia. Perché è vero, le pietre parlano, gli oggetti raccontano , siamo noi che non sappiamo ascoltare , presi dalla fretta del  vivere frenetico, vittime di un uso cattivo del tempo. Invece Lina  parla poco, osserva , ascolta,  e…. racconta .

Il nuovo romanzo di Lina Furfaro rende onore “ ai tanti Uomini spesso dimenticati dai grandi racconti”, come leggiamo nella dedica del libro, rende omaggio ad una generazione che sta scomparendo. Attraverso una prosa semplice, evocativa, non nostalgica , drammatica ma serena:  il libro crea un ponte per portare nella nostra realtà ricordi, immagini, dando voce ad una storia che nessuno avrebbe  mai conosciuto, stimolandoci a sapere di più: il forte Fenestrelle per molti di noi sarebbe rimasto la muraglia piemontese, un baluardo difensivo  tra le Alpi ,oggetto per molti storici di controverse tesi sul suo utilizzo dopo il 1860 come prigione di liberali  al seguito di Mazzini o soldati dell’esercito borbonico , o….altro. Polemiche non sopite , letture secondo punti di vista diversi di pagine di storia che meriterebbero approfondimenti storici forse più oggettivi.
 Oggi il Forte di Fenestrelle, grazie all’associazione  Progetto San Carlo , portato avanti dal 1990 da volontari, è un luogo di memoria , che trova nel libro  di Lina un’altra testimonianza da aggiungere, come afferma l’attuale presidente, Juri Bossuto, autore della prefazione del libro  “un’altra storia alle tante, che, in tre secoli di uso militare, hanno trasformato il Forte di Fenestrelle in monumento sociale , che con il pesantissimo fardello di vicende umane consumate al suo interno,  oggi è  un gigantesco monito di pace”. Altro elemento costante nei romanzi di Lina è la capacità di  tratteggiare i personaggi  come se dipingesse dei quadri , con pennellate che ne delineano il carattere , come accade anche  in queto romanzo col ritratto che Lina ci dà della madre di Giuseppe , la bella Rosa, pochi tocchi ci danno l’idea di una donna forte, che trattiene le lacrime , non palesa i sentimenti , come le vecchie mamme calabresi, capaci di nascondere sentimenti di gioia e di dolore per conservare autorevolezza ed insegnare ai figli ad andare avanti comunque…; Rosa, magra, con lineamenti greci, è il punto di riferimento della famiglia, donna di poche parole, gesti lenti ma chiari ….Al figlio che parte per la guerra rimbocca  “ il colletto della giacca “ lentamente , quasi una carezza , che sicuramente desidera  fare , ma non bisogna cedere al dolore delle tante domande , dei tanti dubbi, ed allora gli mette in mano il cappello con un’ultima raccomandazione “Cammina dritto, figlio mio”.

Ma non manca anche in questo romanzo  l’anima dell’insegnante ,“ imparare” :  Giuseppe, da analfabeta consapevole, vuole imparare,  impara a tagliare i capelli, a fare le punture,  a scrivere e a leggere grazie all’aiuto dei compagni : “ un lento e profondo atto di emancipazione” .
Insegnare ad imparare per emancipareè lo scopo di Tita, la maestra che si dedica completamente ai suoi bambini per dare pane e istruzione … ma anche di Lina, la maestrina romana che è felice di insegnare ai bambini di un paese così lontano dal suo,  Ferruzzano, che hanno bisogno di uscire dallo stato di abbandono e di bisogno. Ma la protagonistasilenziosa di questo romanzo ,che lo rende drammaticamente attuale, è la Guerra.“Guerra ,ma che vuol dire veramente ?”Sicuramente   la domanda di Giuseppe, “dichiarato idoneo  ma libero fino a chiamata effettiva”, è stata la domanda  di tutti i giovani nel ricevere la cartolina precetto per presentarsi al Distretto per essere arruolati nel Regio Esercito.  La domanda che immaginiamo anche oggi si pongano migliaia  di giovani, di ragazzi ucraini , russi, palestinesi, iraniani, israeliani, ruandesi, di ragazzi soldato…. e potremmo non smettere più di elencare i tanti chiamati in modo diverso a combattere guerre assurde, inutili, di cui non conoscono la ragione, costretti ad eseguire ordini spesso non condivisi . Cambiano le armi e gli strumenti tecnologici ma lo scopo è sempre lo stesso , costringere ad uccidere l’altro, vedere l’altro come  nemico, per sopravvivere, per il potere di pochi, per confini stabiliti al tavolino. Le guerre non hanno vincitori , come è stato più volte ripetuto da Papa Francesco, come ci ripete ogni giorno  Papa Leone, dalla guerra si esce tutti sconfitti, ma per l’insania di pochi  gli uomini continuano ad uccidersi.

Giuseppe nella sua semplicità risponde ad una chiamata alle armi senza sapere nulla ; è costretto a lasciare il suo lavoro nella filanda, la terra da coltivare  per andare dove? a combattere contro chi?, come ? perché?… guerra per lui  e per i suoi conterranei , ieri come oggi, è combattere ogni giorno con il lavoro che non c’è, con le zolle della terra, sudare, affrontare i sacrifici quotidiani, di cui potrà avere solo nostalgia tra la muraglia di Fenestrelle , nostalgia di una quotidianità povera ma ricca di affetti, di una pace che non è assenza di guerra ma laboriosità, forza, coraggio.
L’ultima parte del libro  ha per titolo Il ritorno, anche quello di Giuseppe è un nostos , non meno avventuroso dei nostoi di memoria classica, Un viaggio di 1200 Km a piedi  per strade sconosciute,   col pericolo di imbattersi in soldati tedeschi che  scappano verso il nord sotto l’avanzata delle truppe alleate “Erano trascorsi trenta, quaranta ,cinquanta giorni, dal mese di settembre, poi ottobre e i primi di novembre, sempre camminando a piedi , da Fenestrelle a Locri. Partito con 80 chili, tornò con 40 scarsi”. Quanti ritorni difficili da tutte le guerre…. Ma nei romanzi di Lina , cristiana autentica, non c’è spazio per il pessimismo, anche le situazioni più drammatiche vengono descritte con toni pacati con una certezza alla base: la bellezza della vita che merita di essere vissuta in pienezza con tutte le sue sfumature. Penso che uno dei piaceri della lettura sia emozionare, avere la capacità di  far venire fuori   sentimenti ,sensazioni, a volte sopiti ma pronti a risvegliarsi se stimolati da ricordi ,immagini, quasi una forma di maieutica, come i libri di Lina sanno fare . E anche Il custode della vita, finito di leggere, lascia piacevoli sensazioni  di serenità, una memoria pedagogica, quella raccontata da Lina, che non intristisce ma che  riporta in vita  persone e cose, quasi per colmare dei vuoti. Grazie Lina per questa tua nuova fatica, che sappiamo non sarà l’ultima.

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Art. di Francesca Sabatini 7 Agosto 2026 su METIS 2.0

Recensione di Gianluca Albanese su Lente Locale 24 giugno 2026

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“Avevo timore in questo momento in cui la parola guerra è triste assedio, le sue immagini, pianto quotidiano, di iniziare a leggere il libro.

Mi sono fatta coraggio.

L’ho letto di notte,  tutto d’un fiato.

Il garbo, la delicatezza, la cura della narrazione, mi hanno preso per mano e condotta dolcemente nella impervietà  di luoghi,  tempo,  storia.

Racconto fermo, composto, come composta, ferma, è stata la postura di Giuseppe, con ogni sillaba impastata di intenso rispetto, rara misura, grazia.

Racconto poesia, Lina, che ha fatto scorrere le lacrime.

Quella pietra portata fino a Morano…

Racconto di immenso amore, sussurrato, carezzevole, che rende l’anima di chi legge, più luminosa, ricolma di bene, bellezza.

Grazie, Lina.

Papà Giuseppe resta nel mio cuore.

Ti stringo forte forte.

Maria Polidoro” *

*Scrittrice, poetessa.

https://roccellasiamonoi.blogspot.com

Articolo/recensione del Preside Vito Pirruccio

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Recensione di Erminia Madeo su Controluce.it Rivista dei Castelli Romani e Prenestini 14 maggio 2026

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20 marzo 2026- Art. di Silvia Luisa Casadei – Controluce.it

Frascati, il “Mese Rosa” delle donne. Presentato il libro di Lina Furfaro: “Giuditta Levato, la contadina di Calabricata”

Versi pubblicati nella raccolta di Renzo Marcuz

Grazie al poeta romanesco Renzo Marcuz - Abbé Faria
Grazie al poeta romanesco Renzo Marcuz – Abbé Faria – Ciampino
  • 3 Agosto 2024, Gazzetta del Sud.
  • Aprile 2024, Rossana Massi – “Un sogno chiamato Ciampino” su Controluce.it.

    • “Forza e coraggio: donne calabresi protagoniste ieri e oggi”
    • GERACE – TERRAZZA PALAZZO SANT’ANNA – 16 AGOSTO 2023 – Con Adele Careri, Salvatore Galluzzo, Rudy Lizzi, Vincenzo tavernese, Silvana Pollichieni, in collaborazione con Marisa Larosa Presidente “Leggendo tra le Righe” e Tina Macrì Presidente “Pro Loco Città di Gerace”.
    • Grande successo e emozioni intense per l’evento organizzato dal Lions Club Monasterace Kaulon e dai Club Satelliti Gerace e Siderno Riviera dei Gelsomini, dedicato alla scrittrice Lina Furfaro e alle sue opere più celebri, tra cui Il Monastero di Sant’Anna di Gerace, La maestra Tita, Giuditta Levato e La Gelsominaia.
    • La suggestiva terrazza di Palazzo Sant’Anna a Gerace, affacciata sullo Ionio e conosciuta come “delle Bombarde”, ha fatto da cornice a uno scenario mozzafiato, dove il tramonto ha dipinto il cielo di sfumature uniche, mentre la brezza marina rendeva l’atmosfera magica e indimenticabile.
    • Numerosi interventi di grande spessore hanno raccontato storie di donne calabresi di ieri e di oggi, tra memoria, impegno sociale e prospettive future, regalando al pubblico spunti di riflessione profondi e toccanti.
    • Una serata di cultura, identità e condivisione che ha unito la comunità, con la bellezza del luogo, la qualità dei contenuti e l’ottima cucina del ristorante adiacente, impreziosita da un servizio impeccabile.
    • ✨ Un evento che rimarrà nel cuore di chi c’era, celebrando il coraggio, la passione e la forza delle donne calabresi.
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2023 – Un importante riconoscimento per il Diario Annuale 1916-1918 di Ferruzzano

Il Diario Annuale 1916-1918 di Ferruzzano, scritto dalla maestra montessoriana Lina Sarri e trascritto e curato da Lina Furfaro, è stato ricordato sulle pagine della Rivista di Storia dell’Educazione, nella recensione di Emma Perrone al volume I granci della marana. Irene Bernasconi e la Casa dei Bambini di Palidoro, a cura di Elio Di Michele (Il Formichiere, 2022).

La recensione dedica particolare attenzione al diario della Casa dei Bambini di Ferruzzano, pubblicato nel 2016 grazie al lavoro di trascrizione e cura di Lina Furfaro. Il volume viene inserito dalla studiosa all’interno di un più ampio percorso di ricerca dedicato alla diffusione dell’esperienza montessoriana nelle realtà rurali italiane e alla storia sociale delle maestre. Particolarmente significativa è la scelta di accostare l’esperienza di Lina Sarri a quella di Irene Bernasconi. Le due maestre vengono presentate come figure «generose, determinate, coraggiose», accomunate dalla scelta di stare «dalla parte di un’infanzia abbandonata, povera, marginale». I loro diari, sottolinea Emma Perrone, rappresentano quindi preziose testimonianze per la ricostruzione della storia sociale delle maestre, un ambito di ricerca che permette di restituire valore e visibilità alle esperienze educative femminili e al ruolo svolto dalle insegnanti nella trasformazione delle comunità più fragili.

La citazione del Diario Annuale 1916-1918 nella Rivista di Storia dell’Educazione costituisce dunque un riconoscimento particolarmente significativo del lavoro di Lina Furfaro e dell’importanza della sua ricerca sul caso di Ferruzzano. Il recupero, la trascrizione e la pubblicazione del diario di Lina Sarri hanno infatti consentito di riportare alla luce una testimonianza di grande valore storico e pedagogico, contribuendo alla conoscenza della presenza del metodo Montessori nelle scuole rurali e delle concrete difficoltà, ma anche delle possibilità, dell’azione educativa in contesti di povertà. Il confronto proposto dalla recensione tra Ferruzzano e Palidoro restituisce così un importante filo comune: quello di maestre che, attraverso l’educazione, l’osservazione e la cura quotidiana dei bambini, hanno trasformato la scuola in uno strumento di emancipazione e di riscatto umano e sociale. Vedere il proprio lavoro richiamato in una rivista scientifica di storia dell’educazione rappresenta una significativa conferma del valore di un percorso di ricerca volto a custodire e restituire alla memoria una pagina importante della storia della scuola e dell’esperienza montessoriana in Calabria.

  • PER LEGGERE LA RECENSIONE DI EMMA EERRONE CLICCA IL LINK file:///C:/Users/linaf/Downloads/E_Di_Michele_a_cura_di_I_granci_della_marana_Irene.pdf
  • Copyright: © 2023 Emma Perrone

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  • Ottobre 2022, Luigi Zuzzi – “Diario annuale 1916-1918”.

Carissima Lina,

ho letto in questi giorni il diario di Lina Sarri 

È veramente bello, delicato, ti fa scoprire un mondo; la tua fatica per tirarlo fuori da un archivio e farlo rivivere tra noi ha dato un bel risultato, è stata una e bellissima idea.

È bello in particolare raffigurarsi le immagini di quella campagna e di quell’aula, di quei bambini che cercano un contatto continuo con la loro maestra, un contatto continuo con i poveri, ma efficaci strumenti di lavoro che la scuola gli mette a disposizione; vivere i sentimenti di quei bambini, ma anche di quelle povere madri sole, in angoscia per i loro mariti al fronte, in angoscia per mettere insieme il pranzo e la cena per sé e per i loro bimbi, in angoscia per la loro difficoltà a volte a comprendere, a stare al passo con le trasformazioni che la scuola sta determinando sui loro bambini.

Ma è bello anche entrare in contatto con la molla che muove tutta l’azione di quella maestra e con la sua capacità di dono.

L’esercizio del silenzio me lo ricordo (l’asilo dalle suore ha lasciato il segno), ma non conosco quello di camminare sul filo. Ed ancora una domanda: la tecnica di far manipolare modellini di lettere e numeri è quella grazie alla quale raggiunse l’apice del successo internazionale la Montessori? Se pensi sia così quella maestra Lina stava all’avanguardia perché se non mi ricordo male il successo della Montessori era contemporaneo a quegli anni.

Oggi ho preso in mano il tuo romanzo storico “La Maestra Tita”, ma … mi sono fermato all’esergo… non potevo farne a meno: dovevo capire meglio chi era quell’uomo che aveva scritto quella frase e che non conoscevo (I miei studi hanno solo sfiorato il tuo campo d’interesse).

Il risultato è stato un post sulla mia pagina Fb ed un WU a mia figlia (figlia unica che mi ha regalato tre splenditi nipotini e che a Roma-S.Lorenzo ha fondato un’associazione, La Gru, che si occupa di sostegno alla maternità ed hanno aperto una casa dei bimbi). Sara lo conosceva, mi ha subito telefonato e ne abbiamo parlato molto al telefono.

Ovviamente in calce al mio post ho ringraziato l’autrice de “La maestra Tita” che mi ha fatto sfiorare quel grand’uomo.

Maestra Tita che mi farà compagnia nei prossimi giorni di questo agosto finora soffocante e che spero che nel finale non impazzisca con le solite piogge esagerate.                                           

A presto, Luigi .

Luigi Zuzzi

  • 25 Agosto 2022 – L’A. C. di Locri presenta il romanzo “La Gelsominaia” di Lina Furfaro.

L’Azione Cattolica della parrocchia S. Maria del Mastro di Locri nasconde, tra i suoi membri, persone brillanti e piene di talento. È il caso di Lina Furfaro, insegnante di scuola primaria nata a Locri ma residente in provincia di Roma. L’ AC di Locri, però, non conosce Lina solo nella veste di insegnante o socia, ma anche in quella di autrice di romanzi storici il cui successo ha superato i confini regionali. L’ultima fatica letteraria della Furfaro dal titolo “La Gelsominaia”, la cui prima edizione risale al 2021, è stata presentata qualche giorno fa nel salone parrocchiale, davanti a un pubblico alquanto emozionato. L’incontro si è svolto in modo dinamico: dopo un’introduzione di don Fabrizio Cotardo la parola è passata alla presidente dell’associazione Silvana Pollichieni, che ha alternato le sue riflessioni alla lettura degli estratti più incisivi dell’opera e all’esibizione del gruppo di musica tradizionale “Gli argagnari”, che con le loro note hanno riportato i presenti indietro nel tempo, in un mondo fatto di semplicità e genuinità. “La Gelsominaia” racconta lo spaccato di una Locride non così distante cronologicamente, ma che sembra un ritratto di un tempo lontano. Gli occhi di Mena, la protagonista, conducono il lettore nella quotidianità di un’umile famiglia calabrese, che tenta di sbarcare il lunario cimentandosi nei lavori più umili. In quei tempi difficili non era raro che le donne, nei mesi estivi, si recassero nei campi di gelsomino per raccogliere i piccoli, profumatissimi fiori accompagnate anche dai figli in grado di aiutarle.  Ma la vita delle gelsominaie non è che un aspetto del romanzo di Lina, che nelle pagine della sua opera trasmette tutto il piacere di raccontare ricordi probabilmente autobiografici per fissarli in modo indelebile nella memoria.  Come d’abitudine, l’autrice dipinge ritratti di donne coraggiose e forti, ma mantiene la sua vocazione per le problematiche sociali, di cui parla con coscienza e precisione. Nel corso del romanzo la protagonista diventa una giovane donna, che affronta le difficoltà della vita continuando a spiluccare gelsomini e senza rimpiangere di essere cresciuta forse un po’ troppo in fretta, dedicando poco tempo alla scuola, ai giochi, alle amicizie. Un romanzo da leggere tutto d’un fiato, dunque, per immergersi nel passato profumato della Locride e per immergersi nella realtà di donne, di mamme, che hanno cercato con tutte le loro forze di dare un futuro migliore ai propri figli… riuscendoci brillantemente.

  • Dicembre 2021, “La gelsominaia” su Metis News.
  • 28 Agosto 2021, quotidiano di Locride dedica un articolo a San Jeiunio.
  • Gennaio 2020, Aldo Coloprisco – “Tommaso Campanella. L’ostinato” su Controluce.it
  • Marzo 2019 – Maria Franco -“San Jeiunio” su Zoomsud.it.

Il genere umano, nel corso della storia, ha trovato di volta in volta modi diversi di abitare un luogo, seguendo le caratteristiche del territorio e del clima, modificandolo a seconda delle proprie esigenze e per le proprie finalità.

Questo romanzo, attraverso le vicende personali di Dino e Giulia – prima – e di Giuseppe e Lorena poi – segue l’evoluzione dai primi anni del ’900 fino agli Anni ’60 di quell’insediamento umano fatto della forza lavoro proveniente da tutte le regioni italiane, che, da una realtà contadina – campi sterrati e ampi vigneti – è diventato un centro urbano che oggi rivendica il suo posto nella storia, Ciampino.  

 La distanza da Roma l’ha da sempre resa una zona franca di provincia. E le sue vicissitudini – dal primo dopoguerra coi suoi campi, l’aeroscalo e i dirigibili, il tentativo della realizzazione della città-giardino, fino al secondo dopoguerra, con gli sfollati in attesa di una casa e i primi servizi di istruzione – rappresentano bene il passaggio verso l’industrializzazione del paese.

Ma “Un sogno chiamato Ciampino” vuole essere anche un omaggio alla città, a una dimensione collettiva che rappresenta più di quanto si è soliti raccontare. L’Autrice, Lina Furfaro, ciampinese d’acquisizione, ha messo a disposizione le sue ricerche storiche e antropologiche per mischiarle a una storia romanzata dove le vicende umane e sentimentali prendono il sopravvento. Ne viene fuori una riflessione intensa sulla natura umana e sulla sua condizione, anche in relazione alla terra. Il libro si apre, non a caso, con Pier Paolo Pasolini che, nei suoi tre anni di insegnamento alla scuola media “Francesco Petrarca”, vive la periferia romana che di lì a poco lo porterà a scrivere delle borgate e della piccolissima borghesia, dando vita a un legame tra la sua figura e Ciampino che da allora è diventato indissolubile.

La veridicità testimoniale dei ricordi, la ricerca d’archivio e la penna sapiente e armonica, sempre delicata, di Lina Furfaro rendono questo libro una perla preziosa della scrittura, da custodire gelosamente sia per coloro i quali conoscono bene la realtà ciampinese sia per quelli che ignorandola possono trovare qui l’occasione giusta per scoprirla.

Maria Franco

L’ho letto d’un fiato stanotte, questo libro edito da Bibliotheka, immergendomi in un passato fatto di Fede allo stato essenziale, quello di chi viveva di preghiera e meditazione, che saliva a contatto con l’Altissimo semplicemente annullando se stesso, in un silenzio fatto di totale coinvolgimento.

Sto parlando di un religioso che si riallaccia ad antiche tradizioni risalenti al Monachesimo greco diffusosi nel Sud d’Italia, in Calabria, intorno all’anno Mille: San Jeiunio di Gerace.

Un riemergere dal nulla: l’autrice dell’opera storiografica, Lina Furfaro, deve alla sua tenace costanza di ricercatrice la scoperta, la conferma, la ricostruzione documentaria della vita, o meglio com’ella stessa precisa, della testimonianza, di questo asceta digiunatore ( da qui il suo nome, San Digiuno o San Giovanni Digiunatore): da tempo la grotta nella quale Egli pregava, situata tra le colline di Gerace, era ormai coperta di rovi, rifugio di pastori e di greggi.

Vissuto intorno all’anno Mille, geracese, venerato il 25 o il 28 di maggio, del santo si ha memoria per un supposto passaggio a un monastero fondato nei pressi della grotta eremitica che si trova in Contrada Ropolà, monastero del quale si hanno notizie solo fino al XVI secolo; a San Jeiunio si attribuiscono proprietà salvifiche contro il fuoco e le scottature.

Una ricca bibliografia dalla quale sono tratte le fonti, dimostra il lavoro certosino svolto dall’autrice, il tempo trascorso sfogliando polverosi libri – alcuni nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di Grottaferrata, Abbazia di San Nilo – indagando sulla figura del monaco digiunatore: la sua ricerca spazia dagli studi sulla Calabria bizantina con riferimento ai Santi italogreci, alla Cronistoria della Diocesi di Gerace, ricostruendo – con le opere degli studiosi locali del passato o contemporanei come Giacomo Maria Oliva e la guida del Professor Enzo D’Agostino – , le minuscole tessere di un mosaico che rischiava di svanire, fagocitato dal tempo. Preziosa la collaborazione di Lucia Cusato alla quale si deve l’originalità dell’idea e l’incoraggiamento alla ricerca.

Interessante la documentazione iconografica e documentaria in appendice.

Un’opera che per la Comunità di Gerace – città nella quale nel 1992, dopo tanti secoli è stata riaperto il culto nella chiesa di San Giovannello con il rito greco ortodosso – sarà senz’altro prezioso riferimento alle comuni origini spirituali e culturali tramandate

Rita Gatta
  • Febbraio 2019, M. T. D’Agostino – “San Jeiunio” su Apostrofi a Sud.

  • Ottobre 2017, Michela Emili – “Testimone l’orizzonte” su Castelli Notizie.
  • Febbraio 2017, Rossana Massi – “Testimone L’Orizzonte”.

Era da qualche anno che le Autrici, Rita Gatta e Lina Furfaro, avevano fatto trapelare che stavano lavorando ad un importante progetto, che comportava una considerevole ricerca archivistica e mano a mano che il tempo passava mostravano un entusiasmo a stento trattenuto e un orgoglio simile a quello che si prova nel vedere un proprio figlio crescere alto e magro e con un quoziente intellettivo superiore alla media.

Chi stava dunque loro vicino aveva subodorato che bolliva in pentola qualcosa di veramente importante e che andava al di là dell’ordinario.

All’inizio di gennaio di quest’anno le due amiche scrittrici hanno annunciato che il parto era finalmente avvenuto e che il neonato era bello come il sole, perfettamente aderente alle loro aspettative.

         Erano veramente soddisfatte di quanto erano riuscite a fare con tanto sudore della fronte – è il caso di dirlo – sia per le impegnative ricerche archivistiche durate qualche anno e sia anche per l’esperimento di trarre, da quelle fonti, un romanzo scritto a quattro mani.

         L’impresa- diciamo la verità – era veramente ardua e per affrontarla ci volevano solo due personalità come le loro: coraggiose, intrepide, ambiziose, capaci e…amiche.

         CORAGGIOSE perché, per pensare di scrivere un romanzo piacevole e scorrevole, adatto a tutti, traendo personaggi e vicende da testimonianze dirette e ricerche d’archivio, ci vuole veramente tanto ma tanto coraggio.

         INTREPIDE perché non hanno avuto paura della fatica, del tempo che richiedeva, delle difficoltà che senz’altro avranno incontrato nel piegare personaggi e vicende storiche alle esigenze narrative.

         AMBIZIOSE perché hanno mirato lontano, hanno voluto tentare un’impresa titanica, quella di raccontare 130 anni di storia di Rocca di Papa, non scrivendo un saggio ma un romanzo, un romanzo per giunta che riuscisse a catturare l’interesse di tutti, attraverso la cura, vorrei dire maniacale, del linguaggio, allo stesso tempo forbito ma accessibile veramente a tutti.

         CAPACI perché se non erano scrittrici molto valide, esperte sia nella scrittura narrativa che nella manipolazione degli archivi, non avrebbero neppure potuto pensarla un’impresa del genere.

E PER ULTIMO….AMICHE. Rita Gatta, nella presentazione avvenuta nell’aula consiliare di Rocca di Papa, ha esordito dicendo che questo libro nasce, prima di tutto da un’amicizia.

     Quest’affermazione mi ha profondamente colpito e commosso.

Come sappiamo bene, l’amicizia è oggetto di tante parole, ma alla fine poco si pratica.

Le nostre due scrittrici, insegnanti tutte e due, condividono l’amore per i bambini, per la scrittura ed anche per gli archivi, che entrambe sono use frequentare.

Nemmeno un matrimonio riesce così bene assortito!

Con queste premesse hanno potuto tuffarsi con successo in un’avventura così ardua.

     Le Autrici hanno messo a segno degli obiettivi molto importanti.

Naturalmente, come si deduce dalla accurata bibliografia di cui è corredato il testo, esistono diversi libri sulla storia di Rocca di Papa ed anche su alcuni dei suoi usi e costumi (si vedano in particolare, per le tradizioni popolari, i libri di M. Pia Santangeli: Rocca di Papa al tempo della crespigna e dei sugamele. Usanze, lavori, racconti del focolare, canti, proverbi, medicamenti popolari degli anni ’20;  Boscaioli e carbonai nei castelli romani e streghe, spiriti e folletti nei castelli romani.

Altri libri ci sono sulla storia ed altri ancora sulle particolarità linguistiche rocchigiane, ma in questo libro le Autrici, come detto più volt, hanno mirato in alto volendo ricostruire la storia di Rocca di Papa in un arco temporale molto esteso, dal 1830 al 1960, collocandola all’interno delle vicende storiche nazionali.

Tutto questo, nella forma del romanzo storico che è, non dimentichiamolo, la forma espressiva scelta da Alessandro Manzoni per i suoi “Promessi sposi”.

         Notevole è stata la scelta di far rivivere personaggi e vicende che hanno lasciato traccia negli archivi, facendo così rivivere, anche, in modo molto “plastico”, scenari sociali, economici e di costume, a vantaggio delle presenti e future generazioni.

Il libro ha dunque un esplicito valore antropologico, rafforzato dal frequente intercalare in dialetto rocchegiano, che accresce in maniera significativa la leggerezza e gradevolezza della lettura.

Molte cose ancora ci sarebbero da dire, ma non volendo dilungarmi di più perché sono convinta che più che parlare sul libro, occorre che questo sia letto, concludo sottolineando che Rita Gatta e Lina Furfaro sono due scrittrice mature, non certo per l’età anagrafica ma per la competenza letteraria acquisita e danno lustro all’Archivio Scrittori Castelli Romani che, come sapete, è il fondo bibliografico che raccoglie le opere degli autori nati o residenti in uno dei Comuni dei Castelli Romani.

Rosanna Massi
Direttrice BASC Frascati

  • Agosto 2016, Simone Misiani – “Diario annuale 1916-1918 “.

Il volume riproduce fedelmente il diario scritto da una maestra d’asilo, Lina Sarri, come strumento interno, rivolto ai responsabili del programma. Racconta la vita di una Casa dei Bambini  creata in un paese alle pendici dell’Aspromonte orientale, Ferruzzano. Siamo nel triennio 1916-1918 con l’Europa immersa nel Primo conflitto mondiale. E’ merito della Furfaro averne compreso il valore intrinseco ai fini della sua pubblicazione. E’ una testimonianza unica sui primi esperimenti di una nuova pedagogia, in un racconto di grande efficacia narrativa.  La maestra racconta della vita di una Casa dei bambini, un centro dominato dalla pace e la bellezza, ispirato al metodo rivoluzionario di Maria Montessori.

In Italia in questi decenni si svolge un interessante dibattito che ha al centro il rapporto tra educazione e formazione della personalità autonoma rispetto al controllo sociale. Esce il volume dell’americano John Dewey Democrazia ed educazione, fonte di ispirazione di molti piani educativi. In questi anni la pedagogista stava sperimentando le prime scuole nel quartiere popolare di Roma, San Lorenzo, e nel mondo rurale. Il tema dominante è la volontà di ricomposizione della complessità linguistica, sociale e culturale nel linguaggio universale dell’infanzia. Abbandonerà presto questo filone per rivolgersi a ceti della media e alta borghesia eppure la pedagogia sociale deve molto a tali esperimenti. Questo filone di educazione dei bambini prosegue nel settore dell’insegnamento primario nel Mezzogiorno con rilevanti risultati fino agli anni Sessanta e la sconfitta dell’analfabetismo.

Dopo il terremoto di Reggio del 1908, Maria Montessori aderisce all’invito dei coniugi Franchetti di adoperarsi per la creazione di Case di Bambini nella provincia di Reggio Calabria.  La provincia diviene laboratorio di politiche di educazione degli adulti e dei bambini. Nel 1910 nasce l’Associazione Nazionale per gli Interessi del Mezzogiorno d’Italia sotto la presidenza di Leopoldo Franchetti che diverrà attore strategico  di un movimento di pedagogia attiva come leva di lotta alla povertà che raccoglie la spinta dei giovani che avevano partecipato ai soccorsi dopo il terribile sisma.  Il vero animatore delle iniziative dell’Associazione in Calabria è Zanotti Bianco, che si trasferisce sul posto e promuove iniziative di risveglio culturale. Insieme con lui è Gaetano Salvemini che collega l’interesse del Mezzogiorno a un programma politico meridionalista. L’ANIMI costituisce internamente un gruppo di studio affidato al pedagogista Giuseppe Lombardo Radice che durante la Grande Guerra segue i contadini-soldati sul Fronte come ufficiale addetto alle comunicazioni nell’esercito. L’asilo nasce grazie ad un finanziamento internazionale ed è eretto nel 1915, secondo un disegno architettonico che riflette la moderna scienza pedagogica. Ciò che mi preme sottolineare è il valore politico e morale della scelta di investire nel settore dell’educazione a tutti i livelli.

Il diario ha cento anni ma poteva essere stato scritto di recente, sia per l’uso delle parole,  e anche per le notazioni sui bambini. Il racconto è a tratti avvincente, e comunque non perde mai di tensione narrativa dal principio alla fine ed in definitiva segue un canovaccio  chiaro che rispecchia i problemi dell’adattamento del modello educativo. Segue 50 bambini dal loro ingresso a 3 anni in uno spazio comune (la casa dei bambini) fino al loro ultimo giorno quando sono pronti per andare alla scuola primaria. Il risultato finale soddisfa le aspettative della maestra. Il metodo Montessori di apprendimento e di auto-educazione appare completato con successo. Il protagonista nascosto del diario è la maestra, “la signorina” per i bambini. Chi è? A quale gruppo sociale appartiene? La storia sociale delle maestre costituisce un filone di grande interesse della storia contemporanea ed in particolare questo tema riguarda la scrittura di genere. Sappiamo che è originaria di Roma, ha appreso il metodo della Montessori. Ma non sappiamo perché ha deciso di andare in un piccolo centro del Sud lontano dalle condizioni e le abitudini di vita borghesi che offriva la capitale. Sappiamo che a Ferruzzano vive da sola, è indipendente e autonoma. Dal diario emerge una forte motivazione e una sensibilità personale nel selezionare gli episodi da ricordare, le parole da includere ed anche i momenti bui. Il progetto è iscritto nel programma di costruzione dell’italiano con il coinvolgimento  dei dialetti e delle culture analfabete ed è orientato all’universo dell’infanzia che aderisce ad archetipi universali. L’apprendimento serve a rendere il bambino libero di esprimere se stesso, i suoi anni e le sue emozioni. Il diario sceglie di stare dalla parte di chi entra nel mondo e si confronta con il dramma della guerra e il problema della crisi del Mezzogiorno. E’ merito della curatrice aver portato alla luce, attraverso il racconto della maestra di Ferruzzano, un grande disegno riformatore che poneva in primo piano l’idea dei bambini protagonisti di un cambiamento sociale ed inclusione territoriale.  Le maestre creano un movimento intellettuale per formare una società dove i bambini fossero protetti dalla violenza e dal male. La casa dei bambini doveva essere  il mondo del gioco, capace di proteggere i piccoli dalla realtà orribile della Guerra, dalla povertà e dalla violenza.

Il diario si presta ad una molteplicità di letture; è una storia della Grande guerra vista dalla parte dei bambini che sono costretti a vivere senza i loro padri inviati a combattere; racconta dell’impegno civile nel Mezzogiorno di grandi intellettuali come Zanotti Bianco o Franchetti che sperimentano un programma di intervento culturale; è il racconto di una maestra e dello sforzo pionieristico di adottare il metodo Montessori nelle regioni del Sud rurale con un tasso di analfabetismo altissimo; ma è soprattutto il racconto dei bambini nella fase della formazione della personalità e dei primi apprendimenti scolastici.

Il diario racconta di un’infanzia, in un tempo dominata dalla paura della guerra e dalla difficoltà della vita materiale delle famiglie. Le vite sono spesso segnate dal dolore e dalla sofferenza. Ma questo dato negativo non vince mai. Soprattutto domina la forza universale e prorompete del mondo infantile. L’apprendimento della parola e della scrittura è strumento per comunicare con i padri che sono lontani ed anche per esprimere le proprie emozioni ed affetti verso i familiari.  L’igiene e la pulizia del corpo non è solo una regola di vita sociale ma è anche amore di se stessi, è riconoscersi come parte di una comunità. Il racconto ripercorre tre anni fondamentali della vita dei bambini. Ne viene in controluce una storia favolosa, nel senso letterale del termine. A dominare sono i sentimenti dei bambini, i loro sogni e le speranze. Attraverso di loro emergono i valori degli affetti dai fratelli e i genitori.

Il luogo “centrale” del racconto si sposta dall’aula scolastica alla vita famigliare. L’esperienza dell’accudimento nell’asilo produce una ricomposizione dei problemi esterni. Al contempo il ruolo dell’educatrice è di intervenire per fare da ponte tra lo Stato e la famiglia, per dar voce al disagio dei bambini. In tal modo la casa dei bambini diviene una istituzione di supporto alle famiglie. Questo aspetto è riconosciuto dalle madri che portano i figli a scuola, anche contro le loro resistenze. E’ il segno di un cambiamento culturale in atto nella società italiana. La maestra comprende che la scuola ha il compito, fin dall’infanzia, di combattere il mito della forza e della violenza  a favore della cultura della legalità. Un giorno la maestra riesce a combattere il mito del brigante Musolino, esaltato da un bambino che aveva portato in classe un ritratto. Il senso di estraneità dell’Aspromonte allo Stato è combattuto dalla maestra con i metodi nuovi della pedagogia. Riesce a convincere i bambini dando loro un’altra immagine e in cambio ottiene la rinuncia al loro primo interesse. In generale la realtà che si trova davanti è luminosa. Il racconto dei bambini induce ad un senso di ottimismo e di leggerezza. L’ottimismo e la fiducia dominano sulla paura della morte. Il mondo dell’infanzia è dominato dai fiori e dai giochi, dalle sorprese dei cambiamenti della natura. Il diario termina nel luglio 1918 con queste parole di commiato:  “La grande opera sviluppata con pazienza, dolcezza e maggiormente con fede trasforma completamente i bambini”. I bambini hanno avuto fiducia nella loro maestra e si sono fatti accompagnare per mano all’uscita verso una tappa nuova della loro esistenza. Il tempo dei giochi è terminato ora inizia il periodo della scuola. Ferruzzano diventa così il sogno di tanti bambini che hanno vissuto una medesima esperienza e possono portare dentro la fiducia verso il domani.

Prof.  Simone Misiani Università di Teramo
  • Agosto 2016 – Angelo Trinca – “Testimone L’Orizzonte”.
  • Maggio 2016 – “Testimone l’orizzonte” – Articolo su Controluce.it.

  • Maggio 2016– Ugo Onorati presenta “Testimone L’Orizzonte”.
  • Aprile 2016 – Carmelita Tripodi – “Testimone L’Orizzonte”.
  • Agosto 2015 Cosenza – Motivazione Premio romanzo edito “La maestra Tita” di Lina Furfaro L. Pellegrini Ed.

Ambientato in una sperduta campagna della Locride, il romanzo è tutto incentrato sulla figura un po’ crepuscolare di una maestra d’asilo, la signorina Tita, la quale si dedica con amore e dedizione assoluta all’educazione ed alla cura dei bambini che le vengono affidati dalle umili famiglie di contadini e pastori delle campagne interne della Locride.

Dal quadro di miseria materiale e di arretratezza culturale in cui si svolgono i fatti e l’attività della maestra Tita, emergono alcuni atti di bontà e di solidarietà umana che sembrano mitigare un po’ l’asprezza materiale e morale in cui vive la popolazione del luogo.

Per caratterizzare in modo più incisivo l’ambientazione realistica dell’opera, la scrittrice si sofferma nel narrato sulla descrizione degli usi e costumi del luogo, utilizzando termini dialettali e gergali della Locride.

L’opera si legge agevolmente grazie ad una scrittura veloce e scorrevole.

Se ne consiglia la lettura, per l’esemplarità della figura della protagonista, agli insegnanti di ogni ordine e ruolo.

Giuria – Prof. Roberto Bruno

Le ricerche di Lina Furfaro portano a risultati sicuri e positivi. Chi legge preso dalle sue pagine, sa raccontare e scrivere. Poi Giuditta racchiude storie e vicende che hanno valore  non solo reale, storico ma umano, l’autrice sa far rivivere i personaggi, le atmosfere, le situazioni di Calabricata, paese misero, che presenta vari personaggi dal povero colono all’aguzzino fattore, all’ubriacne, alla sana e tenace Giuditta che partecipa alle ansie e alla miseria del padre, alle sue preoccupazioni, ma non si dà per vinta. Anche parlando di Calabricata Lina riesce assai bene e nelle tematiche e nello stile, nella lingua sempre espressiva e icastica. Qui noto la misura del racconto, breve, essenziale che si scioglie in nitidi quadretti che a loro volta dicono e predicano ampiamente di Calabricata e della sua gente. Lina parte dal reale, da ciò che scova in archivio e lo fa diventare magistralmente racconto, narrazione coinvolgente e documentale, se così posso dire. – Lina, continua, continua a scavare e scrivere, rendi bene l’umanità e la società di un tempo, l’umanità con i suoi problemi di sempre -.

La scrittura di Lina fluisce naturale e sostanziale, il suo periodare è snello e ciò rende il lettore interessato e lo invoglia a proseguire nella lettura. Tita e Giuditta sono due pieni esempi di romanzi non solo storici ma umani, ripeto, ricchi e palpitanti di umanità e di vita, visti su uno sfondo particolare che l’autrice riesce bene a tratteggiare ed esprimere, sfondo che è quello calabrese, per cui emerge tutto quanto il tessuto storico e umano di un paese, di un comunità. E poi, la cosa più importante, la lingua sempre scorrevole ed espressiva che usa nello scrivere queste appassionanti, realistiche, significative, vive storie d’uomini e di donne.

Carmine Chiodo

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  • Marzo 2014 – “Giuditta Levato” – Articolo su Literary.it.

Lina Furfaro, Giuditta Levato, la contadina di Calabricata, Falco editore, Cosenza 2013

Articolo dello scrittore Francesco Dell’Apa

I fiori del male – Poesia Cultura Letteraria e Arte – marzo 2014 –

“La lettura del romanzo Giuditta Levato La contadina di Calabricata ha rappresentato un utile contributo per riandare con la memoria al periodo postbellico di una Italia, prostrata e affamata, durante il quale si assistette in alcune aree del profondo Sud alle lotte dei contadini contro gli agrari per coltivare la terra e rendere meno afflitta la vita familiare, immiserita da una borghesia, avida e violenta e da una tradizione feudale di marchesi e principi. Il 28 ottobre del 1946 a Calabricata Giuditta Levato, madre di due figli e in stato di avanzata gravidanza, partecipa all’occupazione della terra e durante aspri scontri, gli agrari avevano reclutato uomini pagati per reprimere il movimento, viene ferita gravemente da un colpo di fucile e muore in ospedale. Il romanzo ha una architettura a spirale e la storia, raccontata con dovizia di particolari, si dipana in un climax sempre più incalzante di avvenimenti che segnano l’esistenza della protagonista Giuditta Levato sino all’evento tragico della sua morte. L’incipit del testo ha una pacata cadenza poetica e un forte impatto di crudo realismo, prevale la descrizione immediata e rapida dove l’immagine diviene pensiero e la parola testimonianza: Un gruppetto di case appollaiate a pochi chilometri dal mare… Questo era Calabricata. L’inizio epigrafico raffigura in modo mirabile il palcoscenico naturale dove si svolgono quasi tutte le azioni e si consuma il dramma della quotidianità dei personaggi, tutti ben caratterizzati e con un ruolo preciso nell’economia del romanzo. Lina Furfaro attraverso una fitta rete di temi e di situazioni dimostra notevole capacità di scrittura nella rappresentazione oggettiva di figure concrete e di personaggi che attestano tutto il valore e l’intensità dell’opera. Emerge una situazione sociale insostenibile e in una siffatta realtà greve vengono colti comportamenti umani di amore e di amicizia dove non domina l’egoismo o la prepotenza bensì la solidarietà tra le persone in ogni manifestazione di vita quotidiana. I temi della povertà della terra di Calabria li troviamo bene descritti nelle opere di famosi scrittori: Chi non ricorda Corrado Alvaro con il famoso attacco in “Gente d’Aspromonte”: Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte, d’inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare, e la terra sembra navigare sulle acque…” e poi Seminara, Repaci, Strati, Perri, La Cava. La scrittrice, attenta e acuta osservatrice, non si lascia sfuggire la possibilità di sottolineare il sentimento fatalistico nelle azioni dell’uomo, non solo come forma di sottomissione al Divino, da qui una religiosità profondamente sentita, ma pure retaggio di una pregressa cultura magno-greca che ha lasciato una indelebile impronta. Altro aspetto non secondario nel romanzo è la rappresentazione della natura che ora si manifesta nell’esplosione di colori e di profumi degna delle descrizioni del poeta greco Teocrito ora si dimostra matrigna nel rendere più difficile la vita della gente. Nella narrazione la figura di Giuditta Levato è sempre presente e il lettore la sente familiare e vicina. Amore, gioia, dolore, dignità, libertà sono i sentimenti che attraversano la sua vita, pertanto il suo esempio, in un discorso diacronico, può diventare patrimonio comune anche in un tempo come il nostro che cambia vorticosamente in cui l’ipocrisia, la violenza e la corruzione rendono complicata la vita del cittadino. Il messaggio, dunque, che Giuditta Levato comunica a tutti è quello di non lasciarsi vincere dall’ingiustizia, per paura o viltà, ma lottare per la libertà perché alla fine il bene prevalga sul male. Pregio di questo libro, composito e ricco di storia. di tradizioni popolari, di riflessioni socio-culturali, di usi e costumi consiste nell’ avere raccontato fatti ed episodi realmente accaduti con un linguaggio chiaro, misurato ma nel contempo concreto. L’intercalare talora del lessico dialettale nei dialoghi o nel riferire motti popolari da bellezza e sostanza al racconto rendendolo vivo e reale. Non vi è nessuna caduta di stile o tentazione retorica. Lina Furfaro con questo romanzo ha compiuto non solo una suggestiva e lodevole operazione letteraria ma ha contribuito anche con rigore e sensibilità alla divulgazione storica di avvenimenti forse caduti nell’oblio e certamente sconosciuti alle nuove generazioni e per questo motivo gliene va dato il giusto merito.

Francesco Dell’Apa

Rivista mensile nazionale “Cronache e Opinioni”

Marzo/aprile 2013 C.I.F. Centro Italiano Femminile Roma – recensione di M. Rosaria Bottegal

  • Aprile 2011 – “La Maestra Tita”.

La natura violenta della Locride e il pudore del tempo – La maestra Tita di Lina Furfaro

“Documento tra il sociale e il sociologico, tra la storia e la pedagogia, tra la memoria e la leggenda, tra la fame e la miseria. Testo immateriale che racconta storie materiali, storie di miseria e di fame ma più che storie documenta un microcosmo di persone, esse stesse storie, vicende che si intuiscono, drammi collettivi, pietà per la povera gente e visione assistenziale del mondo e delle cose.
Era il 1950 e non bastava l’ingiustizia degli uomini a rendere triste il destino di altri uomini, ci voleva la natura, spesso decantata in Calabria, ma non quella bella delle cartoline del mare, la natura spaventosa delle alluvioni, quelle del 1951 e del 1953, storiche catastrofi della Locride, che ricordano tutti, chi le visse, e cerca di immaginare, chi non le visse, dai racconti dei parenti, vecchi genitori e nonni.
E’ questo il pregio di questo libro, ricordare, dare memoria alla miseria per farla rammentare ai contemporanei, che non sanno, che non possono immaginare come si viveva allora, se non nel refrain antico dei nostri avi, dei nostri nonni, che non ci sono più, e dei nostri genitori, quelli rimasti.
Rende bene il pudore dei tempi, l’ignoranza dei tempi, la fragilità del mondo contadino, l’arte di arrangiarsi, la richiesta di assistenza agli svedesi (sfidiamo qualcuno a sapere che gli svedesi facevano assistenza ai calabresi negli anni 50! Neppure noi lo sapevamo.)
Rende bene la protervia e la perfidia dei politici, anche allora il politico era perfido come oggi. Pensate un po’: davano alle maestre d’asilo delle scarpe nuove da distribuire, poco prima di iniziare la campagna elettorale. Ma attenzione, ammonivano solennemente, non dovevano darle appaiate le scarpe ai bambini, potete immaginare?, ma spaiate, cioè una sola con l’ambascia che era un dono del tal candidato. Solo se questi vinceva le elezioni, allora sarebbe venuto PERSONALMENTE a dare l’altra scarpa. Dovete convenire con me: il voto di scambio di oggi fa ridere rispetto a quello.
In mezzo a tutto questo, la passione pedagogica, educativa, tenace e ferma della Maestra Tita, vera e propria eroina dei tempi, tra mille difficoltà e un immenso amore per i bambini, per la vita. Visione anche progressista, per i tempi, identità femminile cosciente nel rifiuto di sposarsi principalmente perché, in tal caso, la promessa del futuro marito era quella di non farla più lavorare. Ma è quello che la maestra non vuole. Il pretendente crede di compiere un atto d’amore (?), invece facendo così l’allontana da sé, è quindi un atto di violenza contro l’identità femminile e la ricerca di un suo ruolo professionale.
Il lessico è pedagogico, appunto, da maestra, non da romanziera, però è efficace perché lascia traccia, è esso stesso traccia di una struttura semantica dialettale, anche e principalmente quando racconta in italiano e non disdegna di inserire elementi di un dialogo nel dialetto stretto locrese e dei dintorni”.

Giuseppe Fiorenza

Tita era una maestra, come tante oggi, innamorata dal suo lavoro, conscia della sua missione di assistenza, parte integrante delle storie di bambini senza scarpe, privi di cibo. È questa la figura emersa dalla presentazione del romanzo storico “La maestra Tita”, dell’insegnante Lina Furfaro, curata dall’Accademia Senocrito di Gerace. La storia è ambientata negli anni ’50, un periodo in cui si usciva dalla guerra, in una Locride colpita dall’alluvione, caratterizzata da un esodo emigratorio verso il nord Italia tra i più poderosi della storia del Meridione. Ma anche l’epoca della “vespa” e della conquista delle prime comodità domestiche. Dopo il saluto del presidente dell’Associazione Francesco Nicita, il sindaco Salvatore Galluzzo ha ricordato la positività del periodo in cui erano saldi i valori che tendono oggi a scomparire.

Vincenzo Cataldo

  • 2010

“Il romanzo è uno spaccato della realtà culturale e sociale della Locride post- alluvione che l’autrice affronta con uno stile semplice ma in modo puntuale e approfondito convincendomi sempre di più che “i giganti della terra sono i semplici di cuore..” coloro che non si nascondono dietro le parole, ma che usano il linguaggio come dono.

Anna Maria Bono

  • Settembre 2010 – per “La Maestra Tita”.

Per cinque giorni e cinque notti, nell’ottobre del 1951, sulla fascia ionica calabrese piovve ininterrottamente.

Così Lina Furfaro nel suo premiatissimo romanzo “La maestraTita” (Pellegrini editore), racconta l’alluvione che travolse i paesi della costa ionica e che si replicò esattamente due anni dopo, nel ’53.Dalla scrittura scorrevole e accattivante della Furfaro nasce così la “maestra Tita”. Figura di donna a tutto tondo, femminista ante-litteram,anticipatrice di fermenti che si sarebbero rivelati rivoluzionari. La ricostruzione, lunga e travagliata, passava attraverso l’impegno della Chiesa e, per quanto riguarda l’istruzione, con un ruolo rilevante dell’Opera asili. La “signorina Tita” sceglie il ruolo di educatrice come missione, mettendosi al servizio di un’infanzia “scalza e abbandonata a se stessa”.Tita non era nata per fare l’insegnante ma, allevata da una nonna forte e determinata, ha appreso il senso dell’indipendenza e la volontà di affermazione individuale.Una vita controcorrente, a tratti quasi come tornare ad affrontare con la mente e con il cuore l’impeto travolgente di quelle alluvioni per uscirne ancora indenne. Il romanzo storico della Furfaro intreccia realtà e fantasia e ci consegna uno straordinario ritratto di donna fiera e orgogliosa. Come la terra del sud.          

Maria T.D’Agostino.

  • Il romanzo “La maestra Tita” fa parlare i giornali della Locride diverse volte nel mese di agosto: tra Gerace e Locri è il libro più letto nel 2009; L’Avvenire di Calabria pubblica a puntate la ricerca storica che ha dato vita al romanzo.
    • Sopra: GAZZETTA DEL SUD – Gerace, 18 AGOSTO 2009
    • Articolo dello storico e giornalista Vincenzo Cataldo
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  • 30 Novembre 2009 – Il Dopoguerra nei racconti de ‘La maestra Tita’.
Locri, CN24.tv

  • Novembre 2009 – Dalla Recensione della Professoressa Pina Cappelleri Polverari per “La maestra Tita”.

PRESENTAZIONE LIBRO LINA FURFARO

Locri – Palazzo Del Rio Nieddu, Pina Cappelleri Polverari

“…Sono lieta di essere qui stamattina e lo sono per due motivi, entrambi d’ordine affettivo: primo perché Lina Furfaro è stata mia alunna in anni lontani ormai, ed è stata per me una piacevole sorpresa scoprire che non solo è una valida insegnante, ma anche una scrittrice e mi inorgoglisce il fatto che una mia allieva si sia ricordata di me ed abbia voluto che fossi io a presentare il suo libro. L’altro motivo è che ho ancora una volta l’occasione di parlare a ragazzi e questo mi riporta indietro di alcuni anni, anni del mio insegnamento nella scuola a contatto con i giovani. Dico questo con un poco di nostalgia o malinconia (ogni stagione della vita ha i suoi aspetti positivi e negativi ed io sto godendo del privilegio della mia età, quello di potermi dedicare al mio hobby preferito ossia alla lettura).

Ma veniamo al libro di Lina: “La maestra Tita”, che ho letto d’un fiato per curiosità prima poi perché l’ho trovato interessante e coinvolgente in quanto mi riportava agli anni della mia giovinezza e ricordare è importante. Orson Welles nel film “La ricotta” recita una poesia di Pasolini che suona cosi: “Io sono la forza del passato, solo nella tradizione è il mio amore. Vengo dai ruderi, dalle chiese dove sono vissuti i miei fratelli”. E Saramago, nobel per la letteratura, il più grande scrittore vivente, nel suo ultimo libro “Il quaderno” in una delle sue considerazioni scrive “Fisicamente abitiamo uno spazio, ma sentimentalmente siamo abitati da una memoria, memoria che è quella di uno spazio e di un tempo, memoria dentro la quale viviamo come un’isola tra due mari: uno che chiamiamo passato, l’altro che chiamiamo futuro. Possiamo navigare nel mare del passato prossimo, ma per navigare nel mare del passato remoto dovremo usare le memorie che il tempo ha accumulato, memorie di uno spazio fugace come il tempo.

Il libro di Lina è dunque la memoria di uno spazio: la Locride di un tempo, gli anni che vanno dal 1950 al 1970, anni molto importanti per il nostro territorio e per l’Italia che usciva da una guerra disastrosa e iniziava la sua ripresa. Lina attraverso ricerche accurate ha ricostruito quegli anni e ha dato vita a questo libro che di quegli anni è documento, testimonianza reale ed autentica. Il romanzo si presta agevolmente ad una duplice fruizione (diciamo che le chiavi di lettura di un libro possono essere molteplici, ma in questo ne individuerei due fondamentalmente), ossia il libro può essere letto e considerato come romanzo storico, documento di un periodo della nostra storia nazionale ed in particolare di quella calabrese anzi locrese, ma può anche essere letto come romanzo di formazione, ossia narrazione di vicende attraverso le quali l’evoluzione del protagonista si configura come maturazione, come capacità di stabilire con la realtà che lo circonda un rapporto dialettico e costruttivo. Nel primo caso, ossia romanzo storico, la narrazione si converte nel resoconto di una stagione difficile per la Locride, la stagione della ricostruzione del paese dopo la fine della guerra che aveva aggravato le già misere condizioni in cui versava il meridione. Alle manchevolezze di uno stato che aveva da sempre trascurato il Sud si aggiungevano in quegli anni calamità naturali che mettevano in ginocchio il nostro territorio. L’incipit del romanzo infatti è la descrizione delle alluvioni del 1951 e del 1953 che hanno devastato paesi interni e costieri del reggino, descrizione di grande efficacia, direi suggestiva: “Il 14 ottobre nessuno uscì di casa: su tutta la Locride il sole non comparve, le nuvole scure ingrigirono ogni cosa, il cielo spalancò le sue cebbie e per cinque giorni e cinque notti, continuamente, scaricò tanta acqua che tutti interruppero le attività quotidiane, e rimasero increduli a guardare dai vetri delle finestre, dalle soglie delle porte, dalle stalle e dai pagliai, osservavano gli allagamenti provocati dai torrenti in piena.” E più avanti, a proposito dell’alluvione del 53: le fiumare Verde, Bonamico e Careri strariparono interrompendo il traffico e distruggendo i ponti in costruzione dopo l’alluvione di qualche anno prima, fenomeni franosi fecero registrare ingenti danni alla viabilità stradale e ferroviaria (ben 22 interruzioni in 150 km), immagini nitide, incisive da ricordare. Eventi quindi descritti con notevole adesione alla realtà, come pure realistico il racconto delle iniziative di quegli anni per risollevare le sorti della nostra zona: in quel periodo nasceva l’ODA (Opera diocesana asili) che ha curato la scuola materna fino a quando non diventava scuola statale, sorreggendo anche le famiglie, creando centri sociali per l’infanzia. Funzionava anche il brefotrofio, lo Scannapieco ossia l’istituto per l’infanzia abbandonata, come pure l’AAI (Assistenza alimenti infanzia) ed un centro sociale presso i Salesiani (si fa riferimento all’opera instancabile di un grande organizzatore di opere assistenziali, Padre Zaccaria (Don Bertoldo) e di un vescovo come Perantoni, che si era mosso per primo in aiuto delle persone disagiate. L’altra chiave di lettura ci fa leggere il romanzo, dicevo come romanzo di formazione per cui la nostra attenzione si sposta dalle vicende storiche a quelle della maestra Tita, protagonista dell’opera, la cui storia personale si svolge parallelamente alla storia della Locride di quel tempo. Di lei l’autrice fa un ritratto molto garbato ed elegante “Tita era una bella ragazza, era colta, intelligente, molto carina, sempre in ordine curata. Portava i capelli mossi sulle tempie e con la riga di lato. Questo il ritratto fisico, l’altro quello più importante che attiene alla personalità lo deduciamo dai suoi comportamenti. E’ una donna forte, coraggiosa, che sa affrontare la vita con determinazione. La sua storia non è molto dissimile da quella di tante altre maestre dell’epoca che ogni giorno lottavano con i disagi le ansie e le preoccupazioni che quel lavoro comportava. Come loro Tita si alza di buon mattino e, per raggiungere la sede dell’asilo in cui lavora, fa un tratto di strada disagevole a piedi, aiutata da un pastore attraversa un torrente, sopporta il freddo di un’aula non riscaldata; eppure svolge il suo lavoro con amore perché ama i bambini a lei affidati, cerca di aiutarli, di rendere la loro vita più confortevole (procura loro le scarpe ecc.). E attorno a lei ruotano le figure del luogo in cui vive: la nonna amorosa, anche lei tenace e ostinata nel suo lavoro, forte ed affettuosa; il padre di cui Tita ha soggezione (come si aveva una volta dei padri), le amiche, anche loro laboriose e sollecite, Melo il pastore che l’aiutava ad attraversare il torrente, giovane dagli occhi intrisi di vitalità, i capelli neri mai visti da un pettine, riccioluti, lavati solo d’estate. E’ un piccolo mondo antico, direi, un mondo che Lina sa dipingere con semplicità e schiettezza, un mondo di persone (i nostri padri) che con i loro sacrifici hanno preparato il nostro mondo. L’opera dunque presenta più piani documentario e inventivo, oggettivo ed individuale, articolandosi via via in narrazione di eventi storici ed in diario in digressioni descrittive e riflessive. Ciò che mi pare segno di originalità è la struttura narrativa: da una parte un narratore onnisciente che racconta in modo oggettivo direi quasi distaccato avvenimenti storici e privati, dall’altra la protagonista che racconta gli stessi avvenimenti con un ordito narrativo affidato alla prima persona, in una sorta di autobiografia, con uno stile immediato, palpitante che talora presenta incongruenze ed ingenuità narrative che nulla tolgono alla freschezza dell’opera, anzi le conferiscono maggiore naturalezza.

Siamo di fronte ad un mondo semplice, fatto di valori autentici, mondo non convenzionale se lo sguardo di chi scrive è diretto non su sentimenti patinati e affettati, ma forti e coinvolgenti. Libro scritto con intelligenza e passione: unisce infatti alla narrazione di fatti storici l’omaggio al lavoro di coloro che ci hanno preceduto nel difficile compito della formazione dei ragazzi.” Pina Cappelleri Polverari

Palazzo Nieddu del Rio Locri, 28 novembre 2009